Regina delle nevi

Questa fiaba inizia con uno spirito cattivo, cattivissimo, un diavolo in persona.

Pur se non credete nei diavoli, vedrete che questo spirito cattivo ha a che fare anche con voi.

D’altronde, le fiabe hanno licenza di muoversi tra i personaggi dell’al di là, e lo fanno spesso!

Egli aveva costruito uno specchio, diabolico, ed era molto contento, gli piaceva tanto. Il suo specchio aveva la facoltà di far sparire immediatamente tutte le cose belle e buone che vi si rispecchiavano; quello che era brutto e che appariva orribile, risaltava ancor di più. I più bei paesaggi sembravano spinaci bolliti e gli uomini migliori diventavano orribili o venivano schiacciati a testa in giù; i volti venivano così deformati che non erano più riconoscibili. Era straordinariamente divertente, diceva il diavolo.

Grande è il senso dell’humour di Andersen, pur essendo talvolta le sua fiabe tragiche o tristissime.

Credo che ognuno di noi ha conosciuto qualcuno simile allo specchio del diavolo, capace di dire solo malignità.

Se c’era un pensiero pio e buono questo nello specchio diventava una smorfia. Tutti quelli che andavano a scuola di stregoneria, perché lui teneva una scuola di stregoneria, raccontavano in giro che era successo un prodigio: adesso finalmente si poteva vedere, dicevano, come erano veramente il mondo e gli uomini.

Credo che vi sarete imbattuti anche in questo: coloro che vedono in tutti e in ogni cosa il male e il brutto, sono convinti di avere una visione realistica del mondo.

Gli allievi della scuola di stregoneria corsero intorno con lo specchio e alla fine non ci fu più un solo paese o un solo uomo che non fosse stato deformato dallo specchio.Ora volevano volare fino in al cielo per prendere in giro gli angeli e “Nostro Signore”.

Certo non mancheranno tra le vostre conoscenze qualcuno che in qualche modo, più o meno sottile, deride i credenti di qualsiasi religione.

Ma state a sentire cosa accadde allo specchio. Più volavano in alto, più lo secchio rideva con violenza; riuscivano a malapena a tenerlo, volarono sempre più in alto, vicino a Dio e agli angeli; a un certo punto lo specchio urlò così terribilmente per le risate, che sfuggì loro di mano e precipitò vero la terra, dove si ruppe in centinaia di milioni, di bilioni di pezzi, e ancora di più.

E così fece molto più danno di prima, perché alcuni pezzi erano piccoli come granelli di sabbia,, e volavano intorno al vasto mondo. Quando entravano negli occhi della gente vi rimanevano, così la gente vedeva tutto storto, oppure vedeva solo il lato peggiore delle , perché ogni pezzettino di specchio aveva mantenuto la stessa forza che aveva lo specchio intero. A qualcuno una piccola scheggia dello specchio cadde addirittura nel cuore, e questo fu veramente orribile: il cuore divenne come un pezzo di ghiaccio. Altri pezzi diventarono occhiali, e questo fu proprio un male, quando la gente metteva gli occhiali per vedere meglio ed essere obiettiva.

Il maligno rideva tanto che lo stomaco gli ballava tutto, e gli faceva il solletico. Ma fuori volavano ancora piccoli pezzi di vetro.

Potrebbe diventare un modo di dire: “ti entrato nel cuore lo specchio del diavolo”: sarebbe una metafora azzeccata per tutta la gente che non sente nulla per il suo prossimo, quelli che Goleman chiama “ la Triade oscura”, i narcisisti, i machiavellici e i peggiori, gli psicopatici, o sociopatici. Oppure dire loro: “Nei tuoi occhi c’è lo specchio del diavolo”. Frasi che non servirebbero a nulla, perché questi aborrono il vero e vivono nella falsità e confusione. Riderebbero di te, o direbbero “sei tu che hai lo specchio del diavolo negli occhi e nel cuore”.

Molte persone di grande cultura, e/o di grande successo, portano gli occhiali del diavolo. Analizzano la realtà, gli uomini e le altre creature, facendo passare per vera una visione negativa, errata del mondo, e in più creandola o istigando gli altri a creare, una realtà ingiusta, spietata, distruttiva.

Spiace dirlo, ma tanti fra noi sono così. Se non stiamo attentissimi, se restiamo lontani dagli angeli e dal Bene, lo specchio del diavolo, la visione negativa entra anche in noi. Se questo era vero ai tempi di Andersen, oggi questa spaventosa negatività nella nostra epoca di internet, cellulari, social, pubblicità massiccia e ubiquitaria dilaga senza scampo.

Ma continuiamo con la nostra favola.

UN BAMBINO E UNA BAMBINA

Vi anticipo che la bambina cercherà, attraversando avversità, pericolo e solitudine, di salvare il bambino.

Non vi consiglio di farlo, nel mondo della vita quotidiana. Questi soggetti sono così, oscuri, per traumi ricevuti (a meno che non si tratti di difetti genetici, specialmente nel caso degli psicopatici), sepolti nell’inconscio e per guarire, questi traumi dovrebbero diventare consci. L’assetto psichico del narcisismo, machiavellismo (se si può usare la desinenza -ismo, serve per difendere la coscienza dalla consapevolezza del trauma, che sarebbe insopportabile. Quindi se cercate di guarirli rendendoli consapevoli, questi vi si avventeranno contro con la massima aggressività…

Ma torniamo alla nostra fiaba. “Nella grande città, dove ci sono tante case e tanti uomini che non resta posto perché la gente possa avere un giardinetto…abitavano due bambini poveri. I genitori erano vicini di casa, abitavano in due soffitte nel da ogni casa una finestrella; i genitori avevano messo lì fuori una grossa cassa di legno, e in questa cresceva un piccolo roseto; ce n’era uno in ogni cassa e cresceva proprio bene. I roseti allungavano i rami e si arrampicavano attorno alle finestre, intrecciandosi in un arco di trionfo di verde e di fiori. I bambini avevano avuto il permesso di uscire dalla finestra, sedersi nei loro piccoli seggiolini sotto le rose e lì giocare beatamente….D’inverno però questo divertimento non c’era. D’estate con un balzo potevano incontrarsi, d’inverno dovevano scendere molte scale poi salirne altrettante; c’era tempesta di neve.

Sono bianche api che sciamano!, disse la vecchia nonna.

Hanno anche loro un’ape regina? chiese il bambino, che si chiamava Kay .

Certo che ce l’hanno!, rispose la nonna. Vola nel punto più fitto dello sciame! E’ più grande di tutte, e non si posa mai sulla terra, risale di nuovo nel cielo scuro. Molte notti d’inverno vola attraverso le strade della città e guarda nelle finestre, allora queste gelano in modo stranissimo, come venissero ricoperte di fiori. …

La sera il piccolo Kay, già mezzo svestito, si arrampicò su una sedia vicino la finestra e guardò fuori da un piccolo buco fatto nel ghiaccio, un paio di fiocchi di neve caddero là fuori e uno di questi, il più grande, restò posato sull’angolo di una cassetta di fiori.

Crebbe sempre più e alla fine si trasformò in una donna avvolta in sottilissimi veli bianchi che sembravano formati da milioni di fiocchi di neve brillanti come stelle.

Era molto bella e fine, ma fatta di ghiaccio, di un ghiaccio splendente e brillante, eppure era viva; gli occhi osservavano come due chiare stelle, ma non c’era pace e tranquillità in loro.

Il bambino si spaventò e saltò giù dalla sedia, e allora fu come se là fuori volasse un grande uccello davanti alla finestra.”

Portentosa l’immaginazione di Andersen. Di cosa può essere simbolo questa donna bellissima e fatta di ghiaccio, dagli occhi inquieti?

La regina delle nevi è un essere dell’al di là, ma certamente ci sono e ci sono stati uomini sedotti da donne il cui carattere era simile a questa donna di ghiaccio. “Donna di ghiaccio” veniva chiamata una mia paziente dal suo amante, che poi sposò un’altra, e la cosidetta “donna di ghiaccio” cadde giù dal suo senso di superiorità in un grande disappunto…

Ma andiamo avanti. Vedremo che cosa induce negli altri questa Regina, e di cosa si circonda.

“Venne il disgelo, e infine giunse la primavera, il sole splendette, il verde spuntò, le rondini costruirono i nidi , le finestre si aprirono e i bambini si ritrovarono nel loro piccolo giardino lassù vicino alla gronda del tetto sopra tutti gli altri piani. … Le rose fiorirono così magicamente quell’estate…i piccoli si tenevano per mano e baciavano le rose e guardarono verso il sole di Dio, parlando come se Gesù Bambino fosse stato là. Che belle giornate estive, come era bello stare fuori vicino a quei freschi roseti, che sembrava non volessero mai smettere di fiorire.

Quando la campana battè proprio le cinque dal grande campanile, Kay esclamò ‘Ahi! Ho avuto una fitta al cuore, e mi è entrato qualcosa nell’occhio!’

La bambina, che si chiamava Gerda gli prese il capo; lui sbatteva gli occhi, ma no, non si vedeva niente. ‘Credo sia uscita’ disse, ma non era così. Era proprio uno di quei granellini di vetro che si erano staccati dallo specchio, quell’orribile specchio magico che rendeva tutte le cose grandi e buone che vi si specchiavano piccole e orribili, mentre le cose cattive e malvagie risaltavano molto e di ogni cosa si vedevano subito i difetti.

Forse avrete conosciuto persone così, che non recepiscono le cose grandi e buone ma le trasformano in qualcosa di basso e volgare. Le cose e le persone sono sacre, se le guardiamo con gli occhi della consapevolezza, se siamo presenti e attenti; ma certe persone si fanno beffe e sminuiscono anche ciò che è sacro, perché il loro cuore è spento. Mentre vi auguro di non incontrare persone così distruttive, o, se proprio le incontrate, girare alla larga, continuiamo con le avventure del piccolo Kay. Che aveva, anche lui, ricevuto un granello, proprio nel cuore. E il cuore gli sarebbe presto diventato di ghiaccio. Non sentiva più male, ma il granello era sempre là.

Anche le persone negative di cui abbiamo detto sopra, i cuori di ghiaccio, hanno per lo più ricevuto una o molte ferite nella prima infanzia, e da quel nascosto dolore sgorga l’attrazione per ciò che è brutto e meschino.

“Perché piangi?” chiese a Gerda. “Sei brutta quando piangi, e poi io non ho niente!” E improvvisamente gridò: “Uh, quella rosa è stata morsicata da un verme! E guarda: quell’altra è tutta storta! In fondo sono rose orribili! Assomigliano alle cassette in cui si trovano!” E intanto col piede colpì duramente la cassetta e strappò due rose. Quando vide che la bambina si era spaventata, strappò un’altra rosa” (ah, il perverso gusto di far soffrire!). E corse via dalla sua finestra, lontano dalla piccola benedetta Gerda.

Noi siamo talmente abituati al linguaggio della pubblicità alle sue immagini lucenti e fasulle, che donano un prestigio falso a quanto è solo un prodotto da vendere perché qualcuno faccia soldi, che non notiamo più di aver assimilato il desiderio di cose estrapolate dalla realtà, velocità falsa, visi dalla bellezza artificiale, famiglie senza lo spessore di veri sentimenti… e scambiamo tutta quella irrealtà e il suo potere coercitivo sul nostro animo, con la coscienza di ciò che è davvero buono, bello e vero. Lo “specchio del diavolo” è pienamente in azione nell’onnipervadente mercato della pubblicità! Ma torniamo alla disavventura di Kay, molto grave, ma di cui lui era inconsapevole.

Quando la nonna raccontava le storie, lui interveniva sempre con un “mah”, e addirittura si metteva a camminare dietro di lei, si metteva i suoi occhiali e parlava proprio come la nonna; era bravissimo a imitarla e la gente rideva.

Presto imparò a imitare la gente della strada. Tutto quello che c’era in loro di strano e brutto, Kay lo sapeva imitare, e così la gente diceva: “E’ proprio in gamba quel ragazzo!”
Dovremmo praticare un’igiene dello sguardo, guardare solo cose positive, perché uno stimolo negativo fa emergere la parte cattiva, o malata, in noi!

“Tutto questo accadeva a Kay per quel vetro che gli era entrato nell’occhio, quel vetro che gli stava nel cuore: per questo si comportava così, prendeva in giro la piccola Gerda, che gli voleva un bene dell’anima.

Ecco, anche quelli tra noi che sono “cattivi”, che sono propensi a dire, fare o pensare il male, lo sono perché qualche maltrattamento, in età precoce, o anche maltrattamenti estremi, come in una guerra, si è andato a sovrapporre alla originaria natura buona che gli esseri umani hanno.

Ora i suoi passatempi erano ben diversi da quelli di prima, erano molto seri: un giorno d’inverno, mentre nevicava forte arrivò con una grande lente di ingrandimento, sollevò fuori dalla finestra l’orlo della sua giacchetta blu e aspettò che i fiocchi di neve vi si posassero. ‘Guarda in questa lente, piccola Gerda!’ disse. ‘Vedi com’è ben fatto!’ disse Kay ‘è molto più interessante dei fiori veri. Non c’è neppure un difetto, sono tutti identici, se solo non si sciogliessero!’

Poco dopo ritornò con dei grossi guanti e con lo slittino sulla schiena, gridò nelle orecchie a Gerda: ‘Ho avuto il permesso di andare nella piazza grande dove giocano anche gli altri ragazzi!” e se ne andò.

Là nella piazza i ragazzi più arditi legavano i loro slittini ai carri dei contadini, così venivano trascinati per un bel pezzo. Era molto divertente.

Stavano giocando così quando giunse una grande slitta, tutta dipinta di bianco, dove sedeva una persona avvolta in una morbida pelliccia, bianca e con un cappuccio in testa; Kay vi legò svelto lo slittino, così si fece trascinare. Andò sempre più forte fino alla strada successiva; la persona che guidava voltò la testa e fece un cenno molto affettuoso a Kay, come se si conoscessero già; ogni volta che Kay voleva sciogliere il suo slittino quella gli faceva di nuovo cenno, e così Kay rimaneva seduto; corsero fino alla porta della città. Allora la neve cominciò a precipitare così fitta che il fanciullo non riusciva a vedere un palmo davanti a sé, e mentre veniva trascinato via così, sciolse velocemente il laccio per staccarsi dalla grande slitta, ma non servì a nulla, la sua piccola slitta rimase attaccata…allora urlò forte, ma nessuno lo sentì e la neve continuava a cadere e la slitta continuava a correre…Kay era spaventatissimo, voleva recitare il Padre nostro, ma riusciva solo a ricordare la tavola pitagorica.

Qui cominciano ad agire le doti magiche della Regina, e la loro qualità: Kay dimentica il modo di mettersi in relazione con Dio e la sua misericordia, e rimane solo con le facoltà intellettuali, e anche di queste solo le più fredde e lontane dalle emozioni: l’aritmetica. E’ di nuovo la freddezza dimostrata da Kay nel preferire la regolarità geometrica dei fiocchi di neve alle rose, col loro profumo e i colori.

…improvvisamente la slitta balzò di lato, si fermò e la persona che la guidava si alzò

; la pelliccia e col cappuccio erano fatti di neve, e lei era una dama, alta e snella, di un candore splendente, era la regina della neve. “abbiamo fatto un bel giro”, esclamò “ma che freddo! Riparati nella mia pelliccia di orso !” e se lo mise vicino sulla slitta e gli avvolse intorno la pelliccia, e a lui parve affondare in una montagna di neve. “Hai ancora freddo?” chiese, baciandolo sulla fronte. Oh! il bacio era più freddo del ghiaccio, e gli andò direttamente al cuore, che già era un pezzo di ghiaccio. Gli sembrò di morire. Ma solo per un attimo, poi si sentì bene; e non notò più il freddo tutt’intorno.

Accade questo alle persone che perdono il contatto con i sentimenti positivi, caldi, affettuosi, e l’empatia nei confronti delle creature che hanno intorno. Non riescono a riconoscere il negativo, che in questa fiaba è rappresentato dal freddo, per quello che è. Lui dimenticò la piccola Gerda e tutti quelli che erano a casa.

“Kay la guardò: era così bella, un viso più bello e intelligente non lo avrebbe potuto immaginare; ora non sembrava più di ghiaccio, come quella volta che l’aveva vista fuori dalla finestra mentre gli faceva cenno: ai suoi occhi appariva perfetta, non sentì affatto paura, le raccontò che sapeva fare i calcoli a memoria, anche con le frazioni, che conosceva l’estensione in miglia quadrate dei vari paesi e il numero degli abitanti; lei continuava a sorridergli.

La bellezza! Quando è vera bellezza, nell’Arte, nella musica, nella natura soprattutto, ci mette in contatto con la nostra anima, con quanto di più elevato c’è in noi. Eppure c’è un’altra bellezza, e come ci seduce, la bellezza fatta dall’uomo per guadagnare denaro: la bellezza della moda, delle case di design. Dei mobili di design, al maquillage di modelli e modelle, delle cure estetiche che manipolano il corpo, insomma è il caso di parlare di una “bellezza senz’anima”. Tant’è vero che nella fiaba Kay pensa che la <regina lo ammirerà per le sue nozioni a proposito di saperi freddi, senza sentimenti né emozioni…

Lei continuava a sorridergli, e Kay pensa addirittura che non era abbastanza ciò che lui sapeva. La Regina lo porta con sé in un inebriante volo notturno:… “volarono sopra boschi e laghi, sopra giardini e paesi, sotto di loro soffiava il freddo vento, ululavano i lupi, la neve cadeva , sopra di loro volavano neri corvi gracchianti, ma sopra a tutto brillava la luna, grande e luminosa, e alla luna Kay guardò in quella lunghissima notte d’inverno; quando venne il giorno dormiva ai piedi della Regina delle nevi.

Ora la fiaba passa a raccontare le avventure di Gerda, il suo gran piangere quando Kay non ritornava e nessuno sapeva dove fosse; tutti lo davano per morto.

Molte sono le avventure di Gerda, da quando parte con le sue scarpette rosse nuove, “che Kay non aveva mai visto” , molti gli incontri, tutti descritti meravigliosamente dal genio di Andersen. Nell’ultima avventura la figlia di un brigante le dona una renna che la porterà nel palazzo della Regina.

Veniamo a sapere che il palazzo della Regina delle nevi era localizzato in Lapponia. Fin là corre la renna portando Gerda sul suo dorso. “Corse in avanti più che potè, poi giunse un intero reggimento di fiocchi di neve, ma questi non cadevano dal cielo, che era limido e brillava per l’aurora boreale; i fiocchi di neve correvano proprio lungo la terra e più si avvicinavano, più diventavano grandi; Gerda si ricordava bene quanto grossi e meravigliosi le erano sembrati quella volta che li aveva visti attraverso la lente d’ingrandimento, ma qui erano grandi e terribili in un altro modo, erano vivi, erano l’avanguardia della regina della neve e avevano le forme più strane…

Allora la piccola Gerda recitò il Padre Nostro, il freddo era così forte che riusciva a vedere il suo respiro in una nuvoletta di fumo che usciva dalla bocca; poi si fece sempre più denso e si trasformò in piccoli angeli trasparenti che crescevano sempre di più toccando la terra. Tutti avevano l’elmo in capo e una spada e lo scudo ai fianchi; divennero sempre più numerosi, e quando Gerda ebbe finito il Padre Nostro, ce n’era una intera legione intorno a lei. Colpirono con le spade gli orribili fiocchi di neve fino a romperli in mille pezzi, così la piccola Gerda potè avanzare sicura e piena di coraggio. Gli angeli le toccavano i piedi e le mani in modo che lei sentisse meno il freddo, e arrivò così al castello della regina della neve.”

Ma che ne era di Kay? Kay non pensava affatto alla piccola Gerda e ancor meno pensava che lei fosse alle porte del castello.

“Le pareti del castello erano formate dalla neve che cadeva, le finestre e le porte dai venti che soffiavano; c’erano più di cento saloni, secondo la forma che prendeva la neve caduta; il più grande si allungava per molte miglia, tutti erano illuminati dall’aurora boreale ed erano grandi, vuoti, gelati luminosi.

Proprio in mezzo a una sala di neve vuota e enorme si trovava un lago ghiacciato; era infranto in mille pezzi, ma ogni pezzo era identico all’altro, era una vera opera d’arte.

Proprio lì sopra stava seduta la regina della neve quando era a casa, così diceva che sedeva sullo specchio dell’intelligenza, e che quello era l’unico e il miglior posto del mondo. Il piccolo Kay era viola per il freddo, anzi quasi nero, ma non se ne accorgeva, perché lei con un bacio gli aveva tolto il freddo, e il suo cuore era come un grumo di ghiaccio. Stava trafficando intorno ad alcuni pezzi di ghiaccio lisci e appuntiti, che deponeva in tutti i modi possibili, perché ne voleva ricavare qualcosa…faceva varie figure, perfette, era il gioco di ghiaccio dell’intelligenza; ai suoi occhi le figure erano meravigliose e molto importanti, e questo per merito del granellino di vetro che aveva nell’occhio! Poi realizzava delle figure che erano delle parole scritte, ma non riusciva mai a comporre la parola che lui voleva, “eternità”.”

Sono mirabili le descrizioni del palazzo della signora delle nevi! Nel regno dove l’intelligenza è primaria, e dove è separata dal calore degli affetti, è ovvio che non si riesca a contattare l’eternità. L’eternità è lo spazio fuori dal tempo, che è in noi come amore assoluto, incondizionato . Che è anche il momento presente, l’attimo, il solo momento in cui il tempo si ferma. Ogni momento presente, vissuto con la nostra piena presenza e attenzione.

Come accade spesso in chi vive solo o prevalentemente nella dimensione intellettuale, nell’emisfero sinistro della corteccia cerebrale, tagliando fuori tutte le altre facoltà, Kay ha perso il contatto con il suo corpo. Ha dimenticato gli affetti, Gerda, la nonna, chi è a casa. Compone figure geometricamente perfette. Una mia paziente si lamentava delle sue emozioni. “Vorrei essere precisa come il Q

Non è il sogno di tanti datori di lavoro, poter dar ordini a non-persone, prive di bisogni umani? Non cercano essi stessi di trasformarsi un po’ in macchine? Kay ritiene molto importanti delle figure il cui valore è solo geometrico. Kay compone anche delle parole. Quante volte ci capita di dire parole staccate dai sentimenti, o che convogliano pensieri freddi, privi di gioia e bellezza?

La regina gli aveva detto che se fosse riuscito a comporre quella parola, sarebbe diventato signore di se stesso… e lei gli avrebbe regalato il mondo intero e un paio di pattini nuovi! Lo humour di Andersen stavolta parla per bocca della Regina.

Poi la regina vola via, dicendo di dover andare a imbiancare le sue “pentole nere”, i vulcani Etna e Vesuvio. “La neve sta molto bene su limoni e viti”. Così Kay rimase tutto solo in quelle grandissime e gelide sale vuote a guardare i suoi pezzi di ghiaccio. Restava rigido e immobile, tanto da sembrare assiderato.

“Fu in quel momento che la piccola Gerda entrò nel castello attraverso il portone, fatto di vetro tagliente, ma lei recitò la preghiera della sera e il vento si calmò, come volesse dormire così lei entrò in quelle sale gelide, vuote e enormi.Allora vide Kay, lo riconobbe, gli saltò al collo, lo abbracciò stretto e gridò:’Kay! Dolce piccolo Kay! Finalmente ti ho trovato! Ma lui rimase immobile, rigido e gelido; allora la piccola Gerda pianse calde lacrime, che gli caddero sul petto, gli entrarono nel cuore, sciolsero il grumo di ghiaccio e corrosero il pezzettino di specchio che si trovava dentro.

Le lacrime calde: il valore della sofferenza. Solo quando, di solito con l’aiuto di uno psicoterapeuta, riusciamo a rivivere il dolore che ci ha traumatizzato quando eravamo piccolini,e di cui non siamo più consapevoli, ma che ha lasciato dietro di sè solo aggressività, vuoto e indifferenza verso gli altri, persone, animali e cose, tutto ciò che è caldo, bello e buono; ebbene, quando riconosciamo il dolore che ci hanno fatto e che ha ferito la nostra capacità di amare, allora la vita con la sua capacità di farci entrare in relazione con noi stessi, con gli altri e con il tutto, allora sapremo di nuovo soffrire per noi, per gli altri, per le ingiustizie e le cattiverie, e insieme sapremo di nuovo amare. Il ghiaccio, lo specchio del diavolo si scioglie, e le magìe di quella strega bianca e fredda perdono il loro potere.

Kay guarda Gerda, e lei canta l’inno che eerano soliti intonare: “Le rose crescono nella valle laggiù, lì parleremo con Bambino Gesù.”

“Allora Kay scoppiò in lacrime; pianse tanto che il granellino di specchio gli uscì dagli occhi, lui riconobbe la fanciulla e esultò di gioia: ‘Gerda, dolce piccola Gerda! Dove sei stata tutto questo tempo? E dove sono stato io?’ E si guardò intorno. Che freddo fa qui! Com’è tutto vuoto e enorme!’ E abbracciò forte Gerda, e lei rise e pianse di gioia, era così bello che persino i pezzi di ghiaccio si misero a danzare di gioia intorno a loro, e quando furono stanchi si fermarono, formando proprio quelle lettere che la regina della neve aveva detto a Kay di comporre, per diventare di nuovo padrone di sé.

Gerda gli baciò le guance, e queste ripresero colore, poi gli baciò gli occhi, che luccicarono come quelli di lei, poi gli baciò i piedi e le mani, e lui divenne vispo e sano.

In queste immagini toccanti, vediamo come l’amore di Gerda ridà a Kay la sua corporeità. Corporeità che rischiamo di perdere se viviamo in un mondo negativo privo di contatti, di tenerezza, fatto di solo interessi egocentrici, come può essere l’attenzione maniacale ai soldi, al prestigio, al potere.

Come per Kay, smarrito nel mondo freddo e fatto di solo intelletto della regina delle nevi, così è per i bambini nel primo anno di vita, e poi nella prima infanzia: sono le carezze, e il contatto fisico con la madre o con la persona che si prende più cura di lui, a far crescere sano il neonato, questo insieme di corpo e percezione. Se egli/ella non ha una persona di riferimento che gli cura il corpicino, e parla, magari cantilenando, alla sua mente-cuore, per questa mancanza può addirittura morire. (Si veda: Spitz, Il primo anno di vita del bambino).

Allora si presero per mano e uscirono dal grande castello; parlarono della nonna e delle rose sul tetto; e dove camminavano i venti si placavano e il sole splendeva; quando arrivarono al cespuglio dalle bacche rosse trovarono la renna che li aspettava; c’era un’altra giovane renna con lei, con le mammelle gonfie: diede ai piccoli il suo latte e li baciò sulla bocca.

Gerda ritornando rivede le persone benevole, e gli animali che l’avevano aiutata a ritrovare Kay. Dove camminavano spuntava la bella primavera con i fiori e il verde; le campane suonarono, e loro riconobbero le alte torri e la grande città. Era quella in cui abitavano: vi entrarono e camminarono fino alla porta della nonna, su per le scale, nella stanza dove tutto si trovava nello stesso modo di prima…ma quando entrarono dalla porta si accorsero che erano diventati adulti. Le rose che si trovavano nella grondaia e che erano fiorite entravano dalle finestre aperte e c’erano ancora i loro seggiolini da bambini sedettero ognuno sul proprio e si tennero per mano; Kay e Gerda si tennero per mano; avevano dimenticato, come fosse stato un brutto sogno, quel freddo vuoto splendore della regina della neve. La nonna si trovava nella chiara luce di Dio e leggeva a voce alta dal Vangelo: “Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli”….Kay e Gerda stavano lì seduti, entrambi adulti, eppure bambini, bambini nel cuore…

E’ uno dei principali compiti di una psicoterapia quello della guarigione della nostra prima infanzia, rendere di nuovo viva la nostra capacità di amare e di essere amati, che spesso è stata ferita e ci ha reso egocentrici, aggressivi o freddi nei confronti di noi stessi e degli altri. Il bambino/a che siamo stati era libero, spontaneo, giocoso. Tutte qualità che attualmente vengono per lo più tarpate, o riservate a certe professioni.

Sono passati attraverso tanta sofferenza, i due protagonisti di questa fiaba. E d’altronde, la sofferenza, se se ne fa buon uso, serve proprio a questo: crescere e diventare a mano a mano persone sempre migliori!

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